Giovedì 14 Novembre 2019
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Orari e giorni di visita: tutti i martedì e gioved' dalle 09.00 alle 12.00

Storia del Museo Domus Foris Flubeum
Gli scavi
In occasione della realizzazione di un collettore fognario dell'Alveo Volla lungo il tracciato dell'attuale viale Due Giugno (già via Alveo Artificiale), per la copertura di quella che con il tempo era diventata una fogna a cielo aperto, in prossimità dell'area che sarebbe stata in se­guito occupata dagli edifici scola­stici dell'IPSEOA Cavalcanti e del Liceo Don Milani furono rinvenute, nel 1978, antiche strutture murarie, in parte già gravemente compromesse dall'affioramento della falda freatica. L'indagine archeologica permise di identificare muri in blocchi isodomi di tufo nero nocerino (11-1 sec. a.C.) ed altri più recenti in opus reticulatum con ammorsature angolari in opera listata (I sec. d.C.) pertinenti ad una villa rustica, di cui non si conosce la reale estensione in quanto parzialmente sottopo­sta all'area dove oggi sorge il Liceo Don Milani. Il sito, obliterato da uno strato di fango e cenere prodotto i in seguito all'eruzione del Vesuvio del 79 d.C., restituì ceramiche di uso comune, balsamari, lucerne fittili, attrezzi agricoli in ferro, nonchè lacerti musivi a tessere bianche e nere e brani di affreschi di IV stile pompeiano. 

A seguito di una forte alluvione verificatisi nel corso dei lavori, pare che parte dei reperti siano andati perduti; i rimanenti furono invece trasportati nei depositi della Soprintendenza presso gli scavi di Ercolano.
Il progetto "Oomus Foris Flubeum"  il cui titolo rimanda alla più tarda denominazione usata per indicare genericamente il vasto territorio vesuviano ad est del fiume Sebeto (fig. 1) - finanziato dall'allora Provincia di Napoli e condiviso dalla Soprintendenza archeologica, ha preso il via nel 2004 con lo scopo di dare una opportuna collocazione ai ritrovamenti dell'Alveo Volla, riportandoli nel territorio in cui furono rinvenuti. Come spazio idoneo ad ospitare la piccola raccolta fu individuato l'Istituto Cavalcanti, di recente costruzione, prossimo al luogo di rinvenimento, all'interno del quale erano già state sistemate copie dell'Ercole Farnese e di altre sculture antiche, realizzate in gesso dall'Accademia di Belle Arti, a testi­monianza del rilievo che la scuola intende dare alla cultura classica ed al patrimonio archeologico di cui è ricco il territorio.
La sala espositiva attigua all'Au­la Magna dell'Istituto Cavalcanti di San Giovanni a Teduccio è il frutto del lungo lavoro svolto per portare a compimento questo progetto: un ambiente appositamente realizzato che, con il vetro e l'acciaio, concre­tizza l'idea di trasparenza e legge­rezza che si è inteso dare all'allesti­mento, consentendone la fruibilità anche dall'esterno, in un unicum spaziale che lo integra perfetta­mente nel contesto scolastico in cui è inserito. Questa caratteristica, insieme con la prossimità al luogo di rinvenimento e la stessa tipolo­gia dei reperti - connessi alla vita quotidiana e, in parte, all'utilizzo in cucina nella prima età imperiale conferiscono a questa esposizione da un lato una elevata valenza didattica per gli studenti dell'Istituto, spingendoli a cogliere l'importanza degli aspetti storici della professione che si accingono ad intraprendere, dall'altro un fondamentale ruolo di valorizzazione del territorio di San Giovanni, stimolando soprattutto la popolazione più giovane ad approfondire la conoscenza della realtà locale, traducendosi così in una preziosa opportunità di incre­mento della cultura collettiva e per­sonale: pur trattandosi, infatti, di oggetti "umili", usuali, provenienti da un contesto abitativo privato, i manufatti esposti permettono co­munque di ricostruire tratti salienti della vita, del lavoro e della società che li ha prodotti ed utilizzati.
L'apparato didattico offre ai visi­tatori una serie di pannelli - ric­camente corredati da fotografie di reperti, ricostruzioni e piante - re­lative alle abitudini alimentari e culinarie degli antichi Romani, dalla dieta ai metodi di cottura, dai pasti quotidiani (di cui si propone anche un menu, ispirato al trattato De re coquinaria di Apicio, un testo clas­sico della letteratura gastronomica) agli utensili impiegati per cucinare, servire e consumare il cibo. Due pla­stici a grandezza naturale riproducono, infine, una cucina ed un ther­mopolium, che i ragazzi facilmente riconosceranno come qualcosa di molto simile agli odierni fast food.

La villa
I lavori di scavo per la realizzazione del collettore fognario misero in luce antiche strutture murarie già in buona parte distrutte dall'alveo precedentemente impiantato nell'area ed inoltre gravemente danneggiate dall'affioramento della falda acquifera   pertinenti ad una villa sepolta sotto un banco di fango e cenere durante l'eruzione del Vesuvio del 79 d.C., le cui dimensioni effettive non sono note in quanto solo parzialmente esplorata (figg. Si tratta di una villa rustica su due livelli  come testimoniano i resti di una scalinata  di cui sono stati rin­venuti vari ambienti disposti intorno ad un portico pilastrata, dotato di canaletta di scarico. Uno di tali ambienti era adibito a deposito ed in esso vi fu ritrovato un ragguardevole quantitativo di ceramica e attrezzi agricoli in ferro (vanghe, zappe) ammassati al centro della stanza.

Il pavimento del primo piano era ovunque di cocciopesto, i muri semplicemente ricoperti da intonaco bianco; soltanto due pareti  da mettere in relazione forse ad un triclinio - presentavano una decorazione con pitture attribuibili al IV stile pompeiano. Del secondo piano sono state rinvenu­te soltanto alcune porzioni di pavimento in fase di crollo, con mosaici a tessere bianche con cornici nere e, in un caso, emblema centrale con decorazione a pelte.
La villa, di cui non si conoscono le effettive dimensioni giacché par­zialmente sottoposta all'area dove oggi sorge il Liceo Don Milani, è da­tabile nel suo impianto originario al 11-1 sec a C. - epoca cui sembre­rebbero ricondurre alcuni muri in blocchi isodomi di tufo - ma fu ampliata, o ristrutturata, nella prima età imperiale (I sec. d.C.): diffuso è, infatti, l'uso della tecnica muraria detta opus reticulatum, con am­morsature angolari in opera listata. Lungo le pareti dello scavo, visibili in fotografia, la stratigrafia del terreno mostra chiaramente la successione dei depositi di materiale piroclasti­co determinati dall'eruzione del 79 d.e. che causò la distruzione della piccola fattoria.
Agricola era, infatti, la vocazione d'uso dell'impianto, comune alle numerose ville rustiche che costellavano il fertile territorio vesuviano.
Sorta di fattoria a gestione familia­re specializzata nello sfruttamento agricolo e nella produzione di der­rate (vino, olio, grano) per l'auto­sussistenza, la villa nasce già intorno al V sec. a.C., ma è solo nel Il a.C., dopo le guerre puniche (264-202 a.e.), quando la schiavitù irrompe come fenomeno di massa, che si afferma come vera e propria azienda agricola atta a produrre per i grandi mercati italici e transmarini.

I materiali
La tipologia di manufatti di gran lunga più rappresentata - dato il contesto di provenienza - è co­stituita da contenitori di ceramica comune, vasellame fittile, cioè, per uso domestico e quotidiano. I ma­nufatti sono stati raccolti per grup­pi funzionali e disposti per forme e tipi: olle, pentole, tegami, coperchi (ceramica da cucina); piatti, cop­pe, bicchieri, brocche (ceramica da mensa); bacini, mortai (ceramica per la preparazione di cibi) e altre forme destinate a usi diversi, come il bruciaprofumi.

La ceramica da mensa, in partico­lare - caratterizzata da un impa­sto più raffinato e da decorazioni più o meno complesse rispetto a quella da cucina, che doveva invece rispondere ad una esigenza di funzionalità piuttosto che di eleganza, in modo da resistere alle prove cui le specifiche funzioni la sottoponevano, come ad esempio il contatto diretto col fuoco - attesta anche nella villa di San Giovanni l'uso dalla ceramica aretina, detta terra si­gillata, di produzione sia italica sia anatolica. Si tratta di stoviglie da tavola realizzate con un impasto fine e rosato rivestito da una ver­nice rossa brillante, diffuse fino alla tarda età imperiale in tutto il mon­do romano, che presentano spesso una decorazione a rilievo (sigillum = "piccola figura", da cui il nome). Testimonianza delle attività dome­stiche anticamente svolte nella villa di San Giovanni sono pure i pesi da telaio in terracotta, che lasciano fa­cilmente immaginare donne intente alla tessitura talora alla fioca luce delle lucerne, rinvenute qui in forme semplici o decorate con pregevoli figure a bassorilievo; al mondo mu­liebre rimandano inoltre alcuni balsamari in vetro, usati per contenere profumi ed unguenti, ed un piccolo mortaio in pietra per la produzione di cosmetici e/o medicamenti.

I pannelli didattici sulla cucina e l'alimentazione presso gli antichi Romani integrano le didascalie delle singole vetrine, che riportano il nome latino del tipo, la datazione e l'uso, fornendo un adeguato supporto didattico per la comprensione e la contestualizzazione dei vari oggetti.

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